Gli effetti a lungo termine della detenzione infantile

La Dottoressa Learman, ricercatrice presso la Johns Hopkins School of Medicine, discute in un articolo di come certe condizioni affrontate dai bambini nei centri di detenzione per migranti possano portare a problemi di salute a breve e a lungo termine. Le considerazioni sono riferite alle condizioni degli immigrati al confine tra Messico e USA.

Il DNA dei bambini rinchiusi in centri di detenzione non dimenticherà nulla

La Dottoressa Learman, ricercatrice presso la Johns Hopkins School of Medicine, discute in un articolo di come certe condizioni affrontate dai bambini nei centri di detenzione per migranti possano portare a problemi di salute a breve e a lungo termine. Le considerazioni sono riferite alle condizioni degli immigrati latini al confine tra Messico e Stati Uniti, ma rimangono certamente valide anche per i bambini trattenuti nei centri di detenzione in Libia o lasciati al largo delle coste italiane.

Negli Stati Uniti, uno dei temi più caldi discussi finora nella corsa presidenziale del 2020 è la riforma dell'immigrazione. È diffuso lo sdegno per la separazione delle famiglie e per le condizioni orribili dei centri di detenzione lungo i confini con il Messico. Per i bambini, purtroppo, uscire dai centri di detenzione non è la fine del calvario. Il trauma derivante dall'esperienza di detenzione di un bambino può aumentare il rischio di problemi di salute fisica e psicologica non solo per il resto della sua vita, ma anche per la vita dei suoi figli.

Sono molte le pratiche che nei centri di detenzione per immigrati possono creare problemi di salute fisica e mentale. Ad esempio, la separazione, l’assenza di contatto fisico, la privazione di sonno.
Essere separati dalla propria famiglia in giovane età può avere effetti nocivi per la salute. I bambini rispondono a situazioni stressanti e traumatiche in vari modi. Da studi sui bambini ospitati in orfanotrofi russi, sappiamo che anche un isolamento breve può causare ansia, disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e depressione. Problemi che possono persistere fino all'età adulta. Ulteriori effetti a lungo termine includono un aumento del rischio di abusare di sostanze stupefacenti, malattie cardiache, deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e ritardi nello sviluppo.
Nei centri di detenzione per immigrati statunitensi, ai detenuti non è permesso toccarsi, né è permesso alle guardie di toccarli. Questa regola esiste per ridurre al minimo il rischio di abusi, ma può avere effetti negativi sullo sviluppo del bambino. Il contatto fisico è estremamente importante, soprattutto nei momenti di stress. Non permettere alle guardie, ai genitori o ad altri bambini di confortare un bambino in difficoltà è dannoso per la salute mentale del bambino sconvolto e, altrettanto, è frustrante per la persona che vorrebbe dare sollievo anche solo con una carezza.
In molte strutture di detenzione per immigrati, le luci sono accese 24 ore al giorno. Questo causa insonnia e interruzione dei cicli di sonno, oltre ad aumentare il rischio di alcuni tipi di cancro e depressione in età avanzata. Un sonno interrotto può avere conseguenze negative per lo sviluppo cognitivo, la regolazione dell'umore, l'attenzione e il comportamento. Inoltre, cicli di sonno interrotti possono aumentare la resistenza all'insulina e, di conseguenza, aumentare il rischio di sviluppare il diabete.
A queste tre condizioni stressanti, ne vanno poi aggiunte molte altre: malnutrizione, aumento dei tassi di infezione da sovraffollamento, autolesionismo/suicidio.

Da studi precedenti, sappiamo che i traumi possono avere effetti psicologici e fisiologici che si ripercuotono sulle generazioni successive. Ad esempio, i figli dei sopravvissuti all'Olocausto hanno aumentato le possibilità di sviluppare PTSD, disturbi dell'umore, disturbi d'ansia e disturbi dell'uso di sostanze. I bambini delle vittime del genocidio ruandese hanno aumentato i tassi di PTSD. I nipoti dei sopravvissuti alla carestia olandesi hanno un aumentato rischio di sviluppare l'obesità.

Secondo il consenso attuale, situazioni stressanti o traumatiche portano a cambiamenti epigenetici. Si trasmettono alle successive generazioni non cambiamenti nella sequenza del DNA, ma piuttosto cambiamenti che si verificano nell'impacchettamento del DNA e che influenzano l'espressione genica. Ad esempio, un sopravvissuto all'Olocausto ha sperimentato periodi prolungati di stress estremo e corrispondenti aumenti nella produzione di recettori dell'ormone dello stress, il cortisolo. Durante questo periodo, la sequenza di DNA che codifica questi recettori è stata contrassegnata con tag molecolari che l’hanno tenuta libera, in modo da poter rispondere velocemente alle enormi quantità di ormone dello stress in corso di produzione. Alla fine dell’Olocausto, questi tag molecolari non sono stati degradati completamente, così il sopravvissuto ha mantenuto un alto numero di recettori del cortisolo, e un corrispondente aumento della sensibilità all'ormone dello stress. Quando il sopravvissuto ha avuto figli, quei bambini hanno ereditato gli stessi tag molecolari, facendo sì che anche loro avessero una maggiore sensibilità al cortisolo. Questo spiega come i cambiamenti epigenetici possono codificare esperienze traumatiche e trasmettere gli effetti alle generazioni future.
Succederà questo ai bambini rifugiati e migranti? Come è possibile aiutarli ed impedire che i traumi che stanno vivendo abbiano conseguenze durevoli? Per approfondire questi temi, vi invitiamo a leggere l’intervista alla Dr.ssa Tania Maria Caballero: leggi qui.


Fonte: Learman LN. Their DNA Will Remember: The Long-Term Effects of Childhood Detention. Biomedical Odyssey - Life at the Johns Hopkins School of Medicine. Jul 19, 2019

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