La pandemia si combatte con i numeri, non con le parole

Recentemente è stato condotta a Trieste, presso l’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo, la prima indagine italiana sulla presenza di anticorpi nel personale ospedaliero. La ricerca ha rivelato che il 17% degli esaminati aveva sviluppato una risposta anticorpale.

Intervista al Prof. Paolo Gasparini, direttore del Dipartimento di Genetica Medica a Trieste

Recentemente è stato condotta a Trieste, presso l’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo, la prima indagine italiana sulla presenza di anticorpi nel personale ospedaliero. La ricerca ha rivelato che il 17% degli esaminati aveva sviluppato una risposta anticorpale. Abbiamo intervistato il Prof. Gasparini, genetista e autore dello studio.

Buongiorno Professore, ci racconta come è nata l’idea di preparare questa analisi sierologica, la prima di questo tipo ad essere stata pubblicata in Italia?

Noi siamo medici universitari e lavoriamo all’interno di un Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico. Abbiamo una forma mentis che ci porta naturalmente ad una verifica sperimentale dei dati. Quindi, stanchi di leggere sulla stampa e sui vari siti d’informazione numeri che a volte sembravano del tutto casuali, abbiamo pensato che la cosa migliore da fare fosse acquisire dei numeri attraverso una metodologia accurata, avendo come secondo obiettivo, non meno importante, quello di  avere una fotografia completa dello status sanitario di tutti i dipendenti dell'ospedale, da utilizzare per fare sorveglianza sanitaria. La Direzione Sanitaria ha sposato questo progetto ed è stata creata una task force che, di fatto, in una settimana lavorativa ha raccolto i dati di quasi 800 persone. Tutti si sono sottoposti all’indagine volontariamente, senza nessun obbligo.  
Abbiamo fatto l'esame del tampone in modo accurato, rinofaringeo prelevando campioni da doppia narice e orofaringeo, procedura questa che consente di avere i migliori risultati. In più abbiamo sottoposto il nostro campione a test sierologico, in modo da avere una fotografia il più possibile completa delle varie casistiche. Chi aveva contratto la malattia, chi era positivo in quel momento, chi invece in presenza di tampone negativo e assenza di anticorpi era una persona potenzialmente a rischio di infettarsi. Terminata questa fase di raccolta dei dati diagnostici, corredati da altri dati anagrafici e anamnestici, abbiamo fatto le varie analisi statistiche e abbiamo analizzato i numeri. I numeri sono stati molto interessanti, ci hanno detto che mediamente il 17% dei dipendenti dell'ospedale (universitari, ospedalieri, amministrativi, ausiliari) era positivo. Ancor più interessante è stato andare ad analizzare la distribuzione dei dati nelle varie categorie a rischio. Abbiamo scoperto che il personale amministrativo, che lavora per lo più in una palazzina distaccata ed era parzialmente in smart working, aveva una positività di circa il 10%. Il massimo della positività, il 19%, è stato raggiunto dal personale più esposto, con i medici che sono risultati fra tutti la categoria più a rischio. Questi dati confermano la relazione diretta tra esposizione e infezione.
Ritengo importante sottolineare che, all’interno delle categorie più esposte, i medici siano risultati quelli con la maggiore positività sierologica. Probabilmente questo dipende non solo dal tipo di lavoro, che porta ad una maggiore esposizione, ma anche dall’approccio al paziente. Credo che questa emergenza lascerà ai medici una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’autoprotezione e del corretto uso dei DPI. Da questo punto di vista, i medici dovrebbero prendere esempio dal personale infermieristico.
Da notare un altro dato interessante, circa il 22% delle persone che avevano positività anticorpale non ha riferito nessun sintomo nei tre mesi precedenti. Parliamo quindi di soggetti totalmente asintomatici. Abbiamo fatto un’analisi dei vari sintomi riferiti da altri soggetti e abbiamo rilevato che gli unici sintomi che si correlano statisticamente sono il raffreddore, la congiuntivite e, in maniera meno rilevante, il dolore muscolare e l’anosmia/ageusia.
Noi replicheremo l’indagine a giugno, in modo da avere un follow-up a distanza di 2 mesi. Un aspetto interessante che abbiamo notato e che vorremmo studiare è la perdita di intensità di segnale con l’aumento di distanza temporale dalla malattia. Sembra che più ci si allontani dall’episodio malattia, meno intenso è il segnale anticorpale che si riesce a leggere con i kit sierologici attualmente disponibili. Per cui non escludo che una quota dei soggetti che oggi sembrano apparentemente negativi con i metodi che sono oggi disponibili, in realtà sono persone che hanno contratto l’infezione. Un’infezione che noi, quindi, a distanza di tempo, non siamo più in grado di verificare.

Sono dati in linea con quello che vi aspettavate, considerate le evidenze disponibili?

Il dato non mi ha sorpreso. Io immaginavo che la percentuale potesse essere maggiore. Non ho mai pensato che la percentuale potesse essere minore, perché per avere la quantità di casi che abbiamo avuto,  per avere i decessi che abbiamo avuto, al di là degli errori di gestione che sicuramente qualcuno ha commesso, il virus circolava da tempo, ed in maniera anche molto diffusa. Noi sapevamo già, dalle esperienze in Cina e in Corea del Sud, che la gran parte delle persone che vengono infettate da questo virus sono totalmente asintomatiche o paucisintomatiche. Le centinaia di migliaia di persone positive, quelle sostanzialmente sintomatiche, rappresentano una bassa percentuale, il 10-20% del totale. Il problema rimane la circolazione asintomatica del virus nel gruppo più ampio di persone.

Cosa pensa delle analisi sierologiche condotte in alcune comunità? I dati raccolti nella popolazione potrebbero far interpretare i risultati di ricerche come quella condotta da voi in modo diverso?

Io credo che serva sempre raccogliere dati e poi analizzarli. Si è partiti tardi con questo tipo di analisi, che a mio parere andrebbero fatte per poter ragionare sui numeri. Più dati a disposizione ci permetterebbero di avere una fotografia più completa.
Ricerche sulla popolazione non ne sono state fatte molte. In Italia mi viene in mente l’esperienza del comune di Robbio Lomellina, che ha trovato l’11% di positivi. In Germania è stata fatta un’indagine a Gangelt, dove hanno riscontrato una percentuale del 15%. A New York la percentuale è oltre del 21%.

Il test per la rilevazione degli anticorpi anti SARS-CoV-2 è stato eseguito dopo aver sottoposto ad esame 3 kit differenti. Avete scelto il Wantai SARS-CoV-2 Ab Rapid Test, che è risultato avere la migliore performance. Qual è la sua valutazione generale sui kit sierologici attualmente disponibili? Come si possono inserire, se si possono inserire, nella strategia di gestione della pandemia?

Abbiamo scelto il test che, nelle prove di confronto che abbiamo fatto, ci ha dato gli esiti migliori. In generale si tratta di kit che, sulla base delle evidenze attuali, secondo me andrebbero usati come test aggiuntivi al test del tampone, in modo da avere un’informazione in più. Un’informazione che forse ha più una rilevanza epidemiologica che clinica, ma che, soprattutto in questa cosiddetta fase 2, consente una migliore gestione dell’emergenza.
Certamente oggi l’insieme dei due test consente di avere il quadro informativo più completo. Se si conferma l’ipotesi che questi test sierologici perdono di potenza a distanza, perché diminuisce la concentrazione di anticorpi e i kit non li rilevano più, il loro utilizzo diventa poco utile anche ai soli fini epidemiologici. Noi abbiamo preparato la ricerca per avere dei dati precisi su cui poter ragionare ed il consiglio che mi sento di dare a tutti i colleghi è di fare altrettanto. Abbiamo affrontato questa crisi sanitaria con pochi dati e per di più incerti. Sarebbe bene evitare di ripetere l’errore di dire tutto e li contrario di tutto senza il supporto di dati e ricerche.

Il test del tampone RT-PCR rimane quindi un elemento di diagnosi e di monitoraggio fondamentale anche in questa nuova fase della crisi sanitaria? Quali le prospettive di questa metodica? Bisogna aumentare la nostra capacità di fare tamponi?

Sì, dobbiamo fare il maggior numero possibile di test del tampone. Noi non possiamo permetterci un nuovo lockdown.  Non possiamo permettercelo per diversi motivi, in primis quelli sociali ed economici. Per evitare un nuovo lockdown dobbiamo fare due cose, essenzialmente. La prima cosa è spiegare alle persone che il ruolo di ognuno è importante per contenere la diffusione del virus. Bisogna indossare la mascherina, bisogna lavarsi le mani spesso, bisogna mantenere il cosiddetto distanziamento sociale. Purtroppo, nonostante lo tsunami che ci ha travolti, ancor oggi vedo una percentuale significativa di cittadini che non si comporta come dovrebbe. La seconda cosa è fare tamponi.
Per me è scontato che dobbiamo aumentare la capacità di eseguire tamponi. Io stesso ho rivoluzionato qui il lavoro del dipartimento e abbiamo aumentato il numero di tamponi che possiamo processare. Per il nostro laboratorio non è stato difficile, ma, comunque, abbiamo dovuto riorganizzarci, ad esempio modificando i turni del personale, assumendo nuovo personale, è anche aumentato il lavoro notturno. Questo andrà fatto finché non saremo certi di avere tutto sotto controllo. Oggi nessuno è in grado di dire se questo durerà due mesi, sei mesi, un anno o più. Il virus SARS-CoV sparì con l’arrivo dell’estate, noi non sappiamo se questo suo cugino farà la stessa cosa, non sappiamo se in estate vivrà latente e poi tornerà a colpire il prossimo autunno. È una malattia nuova, di cui stiamo scoprendo i vari aspetti giorno per giorno. In queste settimane molti colleghi pneumologi riferiscono che i quadri clinici delle polmoniti diagnosticate in quest’ultimo periodo sono decisamente più sfumati e meno gravi rispetto a quelli in cui si imbattevano a febbraio-marzo. Se questo sia un effetto del clima o se sia la naturale evoluzione del virus, oggi non possiamo dirlo.

Si è fatto un’idea di come geni e geografia influenzino diffusione e mortalità di questo virus? La genetica può spiegare le notevoli differenze tra Lombardia ed il resto d’Italia?

Il lavoro che stiamo portando avanti è quello di verificare se la funzione dei geni che interagiscono con il virus abbia un peso nel determinare le varie forme cliniche e sub-cliniche con cui si manifesta l’infezione. Uno di questi geni che potrebbe avere un coinvolgimento rilevante si trova sul cromosoma X, con implicazioni sicuramente importanti. Ipotizziamo che differenze genetiche nelle popolazioni possano avere un peso nella manifestazione della malattia. Varianti genetiche che potrebbero spiegare differenze tra gruppi etnici, ma non le differenze, anche rilevanti, che ci sono in Italia. Bisogna cercare la spiegazione altrove, bisogna ipotizzare che siano intervenuti altri fattori, tra i quali probabilmente c’è il clima, un differente approccio all’emergenza e, forse, la serie di errori gestionali commessi.

In queste settimane si è molto parlato di come sia nato questo virus. Ci sono state anche ipotesi fantasiose elaborate da persone di scienza. Che opinione si è fatto al riguardo?

Sul sito GISAID sono riportate tutte le sequenze del ceppo virale ottenuto dai pazienti scoperte finora da centinaia di migliaia di ricercatori. Ci sono più di diecimila sequenze depositate. Quello che emerge è ovviamente che sono tutti ceppi molto simili tra di loro.
Studiando le mutazioni e le similitudini è possibile costruire degli alberi filogenetici di similitudine e anche tracciare i movimenti che questo virus ha fatto. Oggi, ad esempio, sappiamo che in certi paesi europei c'è stata l’entrata di un ceppo e non di un altro, mentre in altri c’è stato l’ingresso di diversi ceppi. Nessuno dei laboratori che ha sequenziato questo virus, nessuna delle sequenze attualmente depositate, ha mai dimostrato la presenza di un virus chimerico, fatto dall'uomo. Delle sequenze di cui parla Luc Montagnier non si è trovato traccia. Al contrario, tutti hanno dimostrato che questo virus è molto simile per omologia con quello del pipistrello.
Come normalmente avviene dove c'è una commistione tra esseri umani e animali, può capitare che un virus animale muti ed infetti poi anche l’uomo. Noi pensiamo sempre che questo succeda solo nei paesi lontani, in realtà succede anche da noi. Ad esempio, in Europa, ogni anno, nei grandi allevamenti di pollame, dove in un solo capannone si possono trovare anche 100.000 polli stipati, con virosi aviarie tipiche di questi animali, sono diversi gli addetti ai lavori che vengono infettati e si ammalano. Per nostra fortuna, quel virus che fa un primo passaggio dal pollo all’uomo, poi non fa un secondo passaggio, non muta ulteriormente, rimane nell’ospite infettato e tutto si risolve. Quello che stiamo vivendo è molto più naturale di quanto non sembri. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Abbiamo avuto l’epidemia di SARS  e poi quella di MERS, ma questi campanelli d’allarme non hanno poi allarmato a dovere, evidentemente. Se il lavoro sul vaccino per la SARS fosse stato finalizzato, ad esempio, oggi sarebbe probabilmente più semplice arrivare a realizzarne uno per la COVID-19. Gli scienziati negli anni passati hanno messo in guardia più volte sulla possibilità concreta di una pandemia, ma la politica e le varie organizzazioni sanitarie se ne sono disinteressate. Ci siamo fatti trovare impreparati, questo è certo.

L'indagine condotta dal Prof. Gasparini è disponibile qui: COVID-19 experience: first Italian survey on healthcare staff members from a Mother-Child Research hospital using combined molecular and rapid immunoassays test

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