Medici, ma prima di tutto uomini e donne

Il Dottor Angelo Bianco, papà di tre bambine, chirurgo generale di 54 anni, ha condiviso una riflessione sul gossip giudiziario, che sempre più spesso coinvolge anche i medici.

Una riflessione sul gossip giudiziario che spesso coinvolge anche i medici

“Sbatti il mostro in prima pagina” non è solo il titolo di un film del 1972, ma una cattiva abitudine che praticano sempre più media, anche quelli ritenuti autorevoli. Stralci di indagini appena iniziate spesso diventano sui media storie definite e definitive, le cui conseguenze per le persone coinvolte rimangono immutate nel tempo. Che il presunto colpevole si riveli davvero colpevole o sia poi dichiarato innocente importa poco. I medici non sono esenti da questo trattamento.
Il Dottor Angelo Bianco, papà di tre bambine, chirurgo generale di 54 anni originario della Calabria e che da vent’anni lavora all’Ospedale Civile Sant’Andrea di La Spezia, ha condiviso una riflessione su questo tema.

Accusare un medico di uccidere un paziente è lo scoop giornalistico più atteso da ogni pennivendolo, l’impatto morboso è immediato, è la notizia che diventa virale sui social alla velocità che, al confronto, il coronavirus è un principiante, è quanto di meglio alimenta l’odio volgare contro la casta. Non importa conoscere il dettaglio, che poi, molto poi, spiegherà il reale nesso causale, trovando spazio in fondo alla pagina dei necrologi. Rimarrà marchiato sull’anima del medico solo il titolo, la condanna senza difesa, la gogna mediatica, lo strillo che arriva alla pancia del popolino: il medico, io, tu, noi tutti, abbiamo ucciso un paziente.

Sono le quattro del mattino, squilla il telefono. È già la sveglia? È l’ospedale, c’è un’urgenza chirurgica, una grande anziana, un addome acuto. Mi vesto a tentoni, le bimbe dormono, il cane mi guarda, ma torna anche lui a dormire. Esco di casa agile come un ladro di sonno, sperando di avere almeno le mutande addosso e le chiavi della macchina. Mi precipito in ospedale, sto attento agli incroci, piove. Entro in sala operatoria, sono già tutti pronti, la nonnina è sul letto, fragile negli anni, siamo tutti a darle conforto e tutti abbiamo un solo pensiero: è la nonnina di noi tutti, tutti dobbiamo lavorare al meglio.
È una grande anziana, ha 92 anni, chi me lo fa fare? Il rischio che non sopravviva è reale, se morirà diranno che l’ho uccisa io? Resetto, siamo pronti, guardo l'anestesista incollata al monitor, sono tranquilo. Incido.
Mi hanno insegnato ad usare scienza e coscienza, io, noi medici tutti, lavoriamo così. Abbiamo studiato, è la nostra professione, sapevamo dei sacrifici, è la nostra passione, nessuno di noi ulula alla luna e siamo anche “lautamente” pagati (stanotte guadagnerò oltre 20€/ora), ma, lasciateci almeno dire che non siamo serial killer. Siamo uomini, donne, siamo papà e mamme, siamo medici.
È segno di civiltà, in un Paese che è civile quando diritto e dovere pari sono, esigere cautela investigativa, rigore delle fonti e rispetto della forma quando un medico, un professionista qualsiasi, è oggetto dell’accusa più infamante, omicidio volontario. Perché la penna può far male quanto un bisturi quando è usata senza scienza e coscienza.

L’intervento è finito, sono le 7, la nonnina è viva. Oggi non sono io il mostro da sbattere in prima pagina, non ancora, sono contento. È tardi però per accompagnare le mia bambine a scuola, stasera mi sgrideranno, Elisa mi dirà ancora una volta «Sei sempre fuori, papà, uffa!». Io inventerò un’altra storiella dove il medico è l’eroe. A loro piacciono le storie degli eroi.
Vado a fare colazione, la merito tutta. Sono le 8, tra un po’ comincia il turno in reparto, è un altro giorno. Non sono un eroe, faccio solo il mio dovere, ma questo Paese è civile?

 


Fonte: Bianco A. Profilo personale Facebook Angelo Bianco. 29 gennaio 2021