Missione salute, una grande opportunità

Intervista sulla bozza del Recovery Plan al Dr. Michele Usuelli, medico neonatologo, che attualmente ricopre l’incarico di Consigliere regionale in Lombardia e che da 3 anni studia il rapporto ospedale-territorio.

Recovery Plan, missione salute: l’analisi del Dr. Michele Usuelli

Intervista sulla bozza del Recovery Plan al Dr. Michele Usuelli, medico neonatologo, che attualmente ricopre l’incarico di Consigliere regionale in Lombardia e che da 3 anni studia nel dettaglio il rapporto ospedale-territorio.

Qual è la sua impressione generale sulla bozza del Recovery Plan in cui si parla di salute, la cosiddetta “missione numero sei”?

La prima impressione è che di questo documento, cinquanta pagine scritte in inglese che ridisegnano l’assistenza sanitaria in Italia nel prossimo futuro, si parli poco. Credo che nessuno tra gli operatori sanitari sappia nulla. Eppure in questa bozza, che è in discussione nelle commissioni sanità di Camera e Senato, si parla di investimenti per quasi venti miliardi di euro. Io ho letto e analizzato il documento. Le linee generali sono ottime, ma, a parer mio, ci sono errori, ancora rimediabili, che possono fare la differenza tra una pianificazione efficace ed un buco nell’acqua. Pertanto mi sono messo in contatto con diversi Deputati e Senatori delle commissioni sanità, con l’intento di discutere alcuni punti e migliorare la bozza. Ho condiviso il documento e la mia analisi anche con Letizia Moratti, assessore al welfare di Regione Lombardia, e con i membri della commissione Sanità regionale, perché i vertici regionali non possono non conoscere come il governo centrale ha intenzione di muoversi nei prossimi anni, soprattutto mentre si sta mettendo mano alla riforma della Legge 23 (Legge regionale 11 agosto 2015 n. 23 “Evoluzione del sistema sociosanitario lombardo: modifiche al Titolo I e al Titolo II della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33 - Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità" ndr).

La prima parte del documento sembra essere una risposta alle lacune mostrate dall’organizzazione della medicina territoriale durante l’emergenza COVID-19. Le sembra una risposta efficace?

Buone le idee, ma diversi aspetti secondo me vanno dettagliati. In questo documento di progetto, ad esempio, si parla di 3 servizi che saranno alla base di un nuovo modello di assistenza e di cura: le “Community Health House”, le Case della Salute, quelle che il Ministro Speranza chiamare “Case della Comunità”, l’Assistenza Domiciliare e gli Ospedali di Comunità. Queste realtà dovranno lavorare come vasi comunicanti, ma nel documento non è mai descritto come i 3 servizi possano integrarsi.
Un altro aspetto di cui si dovrebbe discutere sono i numeri. Non si capisce come si arrivi a pianificare la costituzione di 2.575 Case della Salute. Da dove arriva questo numero? Una ogni 23.000 abitanti, sembrano troppe. In Emilia Romagna ce n’è una ogni 40.000 abitanti. Il Prof. Remuzzi nella sua relazione sulla riforma della Legge 23, consiglia 1 casa per 60,000 cittadini (1 casa per ogni distretto sanitario). Stesso discorso per gli Ospedali di Comunità. Se ne prevedono 753, 1 ogni 80,000 abitanti. Come si è giunti a questo numero? Paiono troppi, probabilmente saranno piccoli centri e faticheremo a trovare il personale sufficiente che ci lavori in quantità sufficiente per renderli efficaci ed efficienti. Le attuali esperienze di tanti concorsi pubblici per sanitari, che vanno deserti, devono insegnarci qualcosa. Io non mi soffermo solo sul numero in sé, ma anche sul fatto che i numeri debbano essere coerenti tra loro, soprattutto in fase di pianificazione. Non è accettabile che metà dell'utenza di una Casa della Salute vada in un Ospedale di Comunità e metà in un altro, solo perché questo aspetto non è stato considerato. I numeri devono avere una coerenza ed essere modulari. Chi valuta il progetto in UE potrebbe pensare (io lo penserei) che i numeri sono stati decisi per far tornare i conti e farli arrivare a 7 miliardi, la cifra richiesta, e non partendo da un'analisi dei bisogni dei cittadini.

La "Casa della Salute" potrà davvero diventare il punto di riferimento dei cittadini per quel che riguarda le questioni di salute?

Sì, se iniziamo a fare tesoro delle esperienze. Dal documento pare siamo all’anno zero, ma esistono già molte di queste realtà e dobbiamo costruire basandoci sulle lezioni imparate da queste esperienze. Ad esempio, dobbiamo partire dal presupposto che i medici di medicina generale non decidono spontaneamnete di lavorare nelle Case della Salute, servono dei meccanismi di incentivo. Uno studio dell’Università Bocconi evidenzia che le Regioni che hanno ottenuto migliori risultati sono quelle che hanno incentivato di più. Chiaramente, se un medico di medicina generale sapesse che lavorando in Casa della Salute non dovrebbe pagare l’affitto dello studio e lo stipendio dei collaboratori, avrebbe tutto l’interesse di cambiare modalità di lavoro. Adesso per i medici di medicina generale lombardi ci sono pochi incentivi a lavorare in forma aggregata, nè dal punto di vista economico, né dal punto di vista professionale. I capitoli di spesa della bozza del Recovery Plan riguardano infrastruttura ed equipaggiamento, non c’è nulla sulla formazione o sugli incentivi. Il rischio è che le Case della Salute rimangano vuote.
Altra questione, la presenza dell’assistente sociale. In Lombardia ci sono 13 case della salute, le chiamano PreSST (Presidio Socio Sanitario Territoriale). In nessuno di questi PreSST lavora l'assistente sociale. Se non c'è l’assistente sociale, come può essere un presidio socio-sanitario? Dobbiamo sperare che il medico o l’infermiere smettano di fare il medico o l’infermiere per occuparsi dei casi sociali più problematici, senza averne le competenze.
 

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La seconda parte del documento si concentra sull’innovazione tecnologica. Come le sembrano i progetti?

Chiaramente non si può essere in disaccordo con l’idea generale di investire in dispositivi tecnologicamente avanzati. Però bisogna fare attenzione ed evitare di buttar via i soldi. Parlando di innovazione tecnologica, nel documento sostanzialmente si dice che, se ci sono 80 macchine TAC vecchie dobbiamo comprare 80 macchine TAC nuove. Questo schema di ragionamento non va bene. La logica, secondo me, non dovrebbe essere quella di sostituire semplicemente i dispositivi datati con quelli recenti, ma per prima cosa bisognerebbe analizzare i fabbisogni attuali e fare una previsione dei fabbisogni futuri. Quanti macchinari TAC ci servono oggi? 80, 60 o 120? Quanti tra un anno? Quanti tra 5 anni?  Questo tipo di ragionamento non può mancare in un documento di programmazione degli investimenti.
Spero davvero sia la volta buona che si facciano investimenti sensati. Il Fascicolo Sanitario Elettronico può davvero rivoluzionare il mondo della sanità, non solo dal punto di vista logistico e funzionale, ma anche dal punto di vista clinico. Ma oggi abbiamo database che non si parlano tra loro, a volte all’interno degli stessi ospedali. Il documento parla di dati sanitari disponibili in tutta Europa, un risultato che si otterrà solo se gli investimenti saranno fatti in modo logico.

Come si potrà armonizzare il conflitto Stato-Regioni nella gestione degli investimenti?

Io mi auguro che, almeno sulle questioni di Information Technology, lo Stato possa avocare a sé le competenze e decidere come finalizzare gli investimenti. Dobbiamo superare l’attuale frammentazione, non possiamo permettere che in quest’ambito ogni Regione si muova in modo autonomo senza un coordinamento preciso. Un esempio? Un mio collega di Emergency è andato a lavorare a Crotone e lì gli è stata somministrata la prima dose di vaccino COVID-19. Rientrato a Milano, è risultato praticamente impossibile riuscire a fare la seconda dose di vaccino senza sbattere la testa contro decine di muri di gomma prima di trovare la soluzione. Altro esempio: io mi sono occupato di Fascicolo Sanitario Elettronico nelle carceri. Ogni Regione ha il suo e quando un detenuto  viene trasferito da un carcere all’altro,  come succede spesso, per il medico di medicina penitenziaria è un delirio recuperare le informazioni sanitarie. Frammentazione che, va detto, non è solo tra diverse regioni, ma esiste anche all’interno della stessa Regione. In Lombardia ogni Azienda ospedaliera ha avuto il permesso di scegliere il proprio software di prenotazione, che spesso è un sistema chiuso e non condivide informazioni con altri software di altri fornitori.
Su questa parte che è, relativamente di gestione sanitaria, ma è più di raccordo e di coordinazione a mio parere, il governo centrale deve prendere in mano il timone.

Nel documento si parla molto di telemedicina. Lei cosa ne pensa?

Io non sono un esperto di telemedicina. Da quanto ne so, in Italia oggi è poco diffusa. Quello che mi spaventa della telemedicina è che si tratta di un concetto molto attraente per chi, di medicina, sa poco e niente. Stando ai politici, sembra che la telemedicina oggi sia la panacea di tutti i mali della sanità. Anche in questo documenti si parla spesso di telemedicina, di intelligenza artificiale, di Big Data. Tuttavia mancano le definizioni e i campi di applicazione. Per molti medici la telemedicina è la videochiamata fatta al paziente.
Ripeto: il documento in discussione ha un ottimo impianto, ma alcuni dettagli rischiano di renderlo inefficace. I soldi in gioco sono molti, c’è davvero l’opportunità di fare un passo avanti nell’assistenza e nella cura. Vorrei che in molti si prendessero tempo e leggessero questa bozza, per alimentare una discussione sana e finalizzata al miglioramento dei progetti.

 

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