Obiettivo risarcimento? No, obiettivo salute

Il post del Prof. Faldini a proposito dello spot “Obiettivo risarcimento”

Nelle ultime settimane si è molto parlato dello spot pubblicitario di "Obiettivo Risarcimento", messo in onda dalle principali emittenti televisive nazionali. Lo spot, andato  in onda anche sulle reti RAI,  pubblicizzava una società di tutoring per i ricorsi contro la malasanità. Sulla questione è intervenuto anche il Prof. Faldini, chirurgo ortopedico di Bologna.

Durante le festività natalizie si è sollevato un gran polverone sullo spot di “Obiettivo Risarcimento”. Nello spot Enrica Bonaccorti affermava: «A tutti può capitare di sbagliare, anche agli ospedali. E in questi casi tutti hanno diritto a un giusto risarcimento. Se pensi di aver avuto un danno chiama Obiettivo Risarcimento. Facciamoci sentire. Ci sono fino a dieci anni di tempo per reclamare quello che ci spetta». Dopo le proteste dei medici, condivise dalle altre professioni sanitarie, e l’intervento del Ministro della Salute Giulia Grillo, lo spot è stato bloccato sulle reti RAI e Mediaset.
Lo spot ha riportato sotto i riflettori il tema della medicina difensiva che, stando ai dati riportati dal Ministero della Salute, costa 10 miliardi di euro all’anno solo per quel che riguarda il surplus di spesa sanitaria non legata a finalità terapeutiche, ma alla riduzione del rischio di contenzioso.
Tra le varie voci che si sono sollevate, abbiamo apprezzato molto quella del Prof. Faldini, Direttore della Clinica Ortopedica 1 presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e professore ordinario di Ortopedia e Traumatologia dell'Università di Bologna. Vi riportiamo qui il post scritto sulla sua pagina Facebook, con l’invito a condividerlo. Soprattutto con chi non fa il medico, perché si capisca che un medico preoccupato dal rischio di controversie non fa bene il suo lavoro. Se un medico non fa bene il suo lavoro, a rimetterci sono soprattutto i cittadini.

 

Quando fare il chirurgo è scegliere tra astenersi per non prendere una denuncia oppure operare fregandosene del rischio.

"Entrare in una sala operatoria è il mio lavoro, e me lo sono scelto. Mi sono anche scelto il tipo di chirurgia: le grandi deformità ortopediche. Non posso certo lamentarmi della quantità di studio che ha richiesto imparare a operare una scoliosi, un’anca displasica, una spondilolistesi o un piede torto, perché ho scelto di occuparmi anche di questo.

Operare la grande complessità ortopedica, ogni giorno, accanto ad anestesisti, infermieri, fisioterapisti e tecnici significa rinunciare (non solo per me ma per tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza al paziente) alla tranquillità degli interventi routinari, a favore di quelle patologie che hanno fatto grande l’Istituto Rizzoli, il nostro Istituto, in 123 anni di storia.

Operare la grande complessità è dare una risposta a chi ha girato 10 ospedali senza avere una soluzione. A chi sta perdendo la speranza perché gli è stato detto che non si può fare nulla. A chi dovrà fare i conti con la disabilità in molti centri considerata inoperabile. Significa studiare per ogni singolo caso la soluzione più adeguata senza potersi affidare all’esperienza delle migliaia: perché la grande complessità purtroppo è anche rara, quindi la soluzione va scelta affidandosi all’esperienza e al buon senso. La grande complessità comporta più impegno, più sacrificio, ma anche più rischio.

Nessuno potrà mai denunciarmi se dico “non si può fare”. Non è punibile l’astensione nel mio lavoro: “troppo grave”, “troppo rischioso”, “non ho esperienza”, “provate in un altro ospedale”. Sento molti colleghi dire “alla prima denuncia smetto”, e purtroppo ho sentito anche qualcuno “ho già una denuncia sulle spalle, casi a rischio non ne opero più...”.

Creare nel paziente diffidenza nei confronti del medico non fa che danneggiare il paziente, perché innesca un pericoloso circolo vizioso dove gli interventi a rischio verranno sempre di più scansati dai medici. Chi spiegherà al paziente che la complicanza chirurgica di una grave scoliosi, o dell’anca di un bambino, o del piedino di un neonato, purtroppo frequente nel 5% dei casi (perché ad alta complessità) non è un errore medico, ma un'evenienza inevitabile? Al paziente che firma il consenso sembra un rischio basso, ma nel nostro reparto 5 per cento significa 100 pazienti su 2000 in un anno di lavoro. Se ogni complicanza si traduce in una denuncia che si fa? L’insuccesso in chirurgia fa parte del gioco: nessun intervento (nemmeno il più semplice) garantisce buoni risultati a tutti, figuriamoci e le procedure complesse. Ecco perché una pubblicità che promuove azioni legali contro i medici danneggia i pazienti. Crea un grave malinteso, come se ogni risultato insoddisfacente dovuto ad una complicanza fosse la conseguenza di un errore medico. Ma complicanza ed errore medico sono due evenienze ben diverse. Promuovere azioni legali contro gli insuccessi della chirurgia non farà altro che aumentare la paura e l’astensionismo da parte dei medici, e i pazienti ci rimetteranno perché renderebbe insostenibile la scelta, mai facile, tra astenersi per non prendere una denuncia oppure operare fregandosene del rischio".


Fonte: Faldini C. Pagina Facebook Prof. Cesare Faldini, Chirurgo Ortopedico. 04 gennaio 2019.

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