Polmoniti, il numero che nessuno considera

Crema è una cittadina in provincia di Cremona, il territorio italiano dove la pandemia di COVID-19 ha colpito con più violenza. Il Dr. Borghetti, radiologo di 62 anni, racconta la sua esperienza presso l'Ospedale Maggiore di Crema durante l’emergenza sanitaria.

Intervista al Dr. Maurizio Borghetti, medico radiologo dell’Ospedale Maggiore di Crema

Crema è una cittadina in provincia di Cremona, il territorio italiano dove la pandemia di COVID-19 ha colpito con più violenza. Il Dr. Borghetti, radiologo di 62 anni, racconta la sua esperienza durante l’emergenza sanitaria. “Il numero di polmoniti da COVID-19 poteva essere utile per valutare l’andamento dell’emergenza sanitaria” ha detto “ma nessuno lo ha mai considerato”.

Buongiorno Dr. Borghetti, come sta?

Io sto bene. Sono risultato positivo al test sierologico, ho quindi sviluppato gli anticorpi contro il virus, ma non ho mai avuto alcun sintomo. Sono uno dei tantissimi che ha incontrato il virus, ma che non ha mai sviluppato la malattia. Sono stato sottoposto anche al test del tampone, che è risultato negativo.  

Stando ai dati disponibili, la provincia di Cremona è uno dei territori più colpiti dalla pandemia di COVID-19. Dall’inizio della pandemia ci sono stati 6.464 casi totali, con una percentuale contagi/popolazione pari ad 1,80% (la percentuale totale in Lombardia è dello 0,88%, quella di Lodi è 1,51%, quella di Bergamo 1,20%).
Nel mese di marzo 2020, l’incremento percentuale dei decessi in provincia di Cremona rispetto ai mesi di marzo 2015-2019 è stato del 391%.
Di fronte a questi numeri, qual è oggi il suo primo pensiero?

Io posso confermare che questo territorio è stato aggredito dal virus in modo davvero violento. I numeri dicono che la provincia di Cremona è la più colpita in Italia. Ma i numeri che abbiamo a disposizione danno solo una visione parziale della realtà. L'infezione da SARS-CoV-2, per fortuna, non determina in tutti i soggetti infettati la manifestazione della malattia Nella maggior parte dei casi i soggetti contagiati sono asintomatici o paucisintomatici. Stando alle evidenze disponibili questa parte di popolazione che viene a contatto con il virus e che non manifesta una sintomatologia tale da dover ricorrere al medico o al pronto soccorso rappresenta l’80%. La maggior parte dei casi di infezione è sommersa. Per renderci conto davvero dell'impatto della pandemia sulla comunità avremmo avuto bisogno di un test semplice, ripetibile, sensibile, specifico da usare su larga scala. Test che non avevamo e che non abbiamo ancora. All’inizio della pandemia avevamo solo il test del tampone per valutare la presenza del virus nei casi sospetti. Test fatto ad una percentuale minima della popolazione, pur riuscendo così a saturare tutti i laboratori e i macchinari disponibili. In questa condizione, non avendo un test diagnostico migliore da poter usare su larga scala, abbiamo usato il test del tampone. Tutti i numeri che ci vengono comunicati da fine febbraio ad oggi sono legati al numero di tamponi fatti. Per cui, quale sia stato il reale impatto sul nostro territorio non lo conosciamo davvero. Stando ai numeri che abbiamo, il territorio di Cremona è il più colpito d’Italia ed uno dei più colpiti al mondo. Le nostre percentuali sono maggiori anche di zone vaste come quelle di New York e Madrid.
Tra i tanti numeri di cui si è parlato in questi mesi, ce n'è uno che non ho mai sentito riportare da nessuno e che invece secondo me avrebbe dovuto essere tenuto presente per dare un quadro più completo della situazione. Sto parlando del numero di diagnosi di polmonite fatte con la TC. La malattia principale che portava i pazienti in Pronto Soccorso e poi in terapia intensiva era la polmonite, la cui diagnosi, con un attendibilità superiore al 95%, poteva essere fatta solo con la TC. Di questo numero, non si è tenuto conto. Il numero di polmoniti, da moderate a gravi, che noi abbiamo diagnosticato all’ospedale di Crema in concomitanza con la diffusione del virus è stato altissimo e questo rappresenta un dato certo. Insieme al numero di accessi in Pronto Soccorso e in Terapia Intensiva, dei ricoveri e dei decessi, avrebbe potuto definire meglio il quadro della situazione.

Entriamo nella realtà dell’ospedale di Crema, presso il quale Lei lavora. I dati forniti a fine aprile relativi ai due mesi precedenti parlavano di 4.571 visite in Pronto Soccorso, di 2.673 pazienti con sintomi di COVID-19, di oltre 200 decessi legati all’infezione da coronavirus. Ci descrive la realtà del suo ospedale dalla fine di febbraio alla fine di aprile?

Crema è una cittadina di circa 35.000 abitanti, con un ospedale adeguato alle esigenze del territorio. Nel nostro Pronto Soccorso siamo arrivati ad avere flussi giornalieri medi di 70-80 pazienti critici per settimane. Sui media si è parlato molto delle province di Bergamo e di Brescia, che sono state colpite in modo terribile dal virus. In un'intervista medici del Papa Giovanni XXIII di Bergamo raccontavano la loro dura esperienza, raccontavano che nei momenti di maggiore pressione arrivavano ad avere in Pronto Soccorso anche 100 pazienti critici nello stesso momento. Numeri terribili, ma posso assicurare che 100 pazienti gravi nel Pronto Soccorso di un ospedale come il Papa Giovanni XXIII di Bergamo non hanno lo stesso impatto di 100 pazienti gravi nel Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Crema. Un giorno ne abbiamo avuti 112. Per un piccolo ospedale come il nostro, 112 pazienti critici in carico in Pronto Soccorso hanno rappresentato un lavoro che mai avremmo potuto pensare di gestire. Ci siamo riusciti, rimboccandoci le maniche. Non voglio di certo sminuire il lavoro fatto dai Colleghi a Bergamo e in altri ospedali, di cui ho assoluto rispetto, ma mi sembra giusto esaltare il lavoro dei medici, degli infermieri e di tutti gli operatori che hanno lavorato nel nostro ospedale, così come nei tanti piccoli ospedali di provincia. Abbiamo dovuto inventarci un modo di lavorare nuovo, ma soprattutto lavorare parecchio. Avevamo pazienti che stazionavano nelle aree del Pronto Soccorso, sulle barelle, anche per due o tre giorni, pazienti che avevano necessità di bere, mangiare e andare in bagno. Pazienti che non potevano essere accompagnati dai parenti, per cui qualunque esigenza doveva essere gestita da noi.  

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Il Dr. Borghetti (al centro della foto)

Come avete organizzato il lavoro?

Il nostro ospedale è stato è stato dichiarato quasi subito ospedale COVID-19. Abbiamo interrotto tutte le attività in elezione, abbiamo chiuso ambulatori e reparti. Ci siamo concentrati nella gestione dei pazienti COVID-19. Il nostro reparto di terapia intensiva ha triplicato il numero di posti letto in pochi giorni. Ne avevamo 8-9, siamo arrivati ad ospitare oltre 20 pazienti, alcuni dei quali venivano ricoverati nelle sale operatorie, utilizzando i ventilatori che di solito si usano durante gli interventi chirurgici. Abbiamo creato 3 reparti sub-intensivi di pneumologia, dove non lavoravano solo gli pneumologi, ma tutti i medici dell’ospedale. Abbiamo organizzato il Pronto Soccorso al meglio possibile, abbiamo sfruttato lo spazio di tutte le stanze, avevamo barelle dappertutto. Ovviamente, ferie e permessi bloccati per tutti i dipendenti.
Ad un certo punto dell'emergenza abbiamo poi avuto un aiuto da parte dei militari, che hanno allestito un ospedale da campo nel parcheggio. Così siamo riusciti a guadagnare un ulteriore numero di posti letto, che per diverse settimane sono sempre rimasti occupati. Abbiamo anche ricevuto l'aiuto da parte di un gruppo di medici di Cuba, che sono stati con noi per circa due mesi.

Tenuto conto dell’alto numero di pazienti, come facevate diagnosi? Quali strumenti usavate? Emogas? Ecografia? TC? Test del tampone?

Dal punto di vista diagnostico, noi abbiamo usato molto la valutazione clinica e la TC. Dal 21 febbraio, giorno che viene considerato come il giorno di inizio della emergenza sanitaria qui in Italia, al 24 aprile, noi qui a Crema abbiamo eseguito oltre 3.000 TC torace/torace-addome. Il test del tampone rinofaringeo/orofaringeo è stato usato, ma i tempi per avere i risultati erano troppo lunghi per poterci affidare solo a quello. Test, poi, che ha non pochi falsi negativi. Quando è scattata l'emergenza noi eravamo già a conoscenza di alcuni dati importanti provenienti dall'esperienza cinese, tra cui l’alto numero di falsi negativi del test del tampone. Spesso ci siamo trovati di fronte a quadri clinici di COVID-19, confermati dalla TC, con tampone negativo anche per 2-3 volte consecutive.

Considerata la situazione di emergenza, in particolare l’alto flusso di pazienti in Pronto Soccorso e la rapida evoluzione della malattia, alcuni centri hanno preferito usare l’ecografia per avere un riscontro rapido di polmonite. Cosa ne pensa?

Io sono un ecografista e sono convinto che questa sia un'ottima metodica in molte situazioni, ma in questo caso specifico la TC era l'unico esame in grado di fornirci una diagnosi precisa. Questa era l'unica metodica in grado di dirci innanzitutto se avevamo una polmonite oppure no, ma anche quanto polmone era interessato. Questa informazione, insieme ad altri dati, ad esempio quelli emogasanalitici, potevano darci un quadro clinico e un indirizzo terapeutico più precisi. L'ecografia può darci informazioni su focolai periferici, impossibile riuscire ad avere un quadro puntuale e completo di tutti gli addensamenti. L’informazione quantitativa data dalla TC era importante. Un conto è riscontrare uno o due focolai periferici un altro è scoprire che i focolai sono molti di più è che la porzione di polmone colpita è maggiore del 50%. Sono convinto che la TC fosse l'unico esame veramente attendibile per inquadrare correttamente i pazienti con sospetta COVID-19. Utile l'ecografia, ma a corollario della TC. Si tratta di un esame completo, che permetteva anche di datare la polmonite, identificando i vari pattern (vetro smerigliato all’inizio, poi gli ispessimenti interstiziali con le strie, infine la consolidazione) e anche consentiva un monitoraggio più preciso. Ci trovavamo di fronte ad un virus nuovo, di cui ancora oggi mi pare non si sia capito molto, di cui non avevamo e non abbiamo ancora una terapia precisa. Ecco perché credo che dovessimo essere il più precisi possibile nella valutazione del paziente, con l’unico strumento che ci permetteva di farlo.
Come ho detto prima, a mio parere la diagnostica TC doveva essere più considerata anche da parte del management sanitario. I dati delle TC, secondo me, dovevano entrare nell'analisi dell'andamento dell'epidemia. Ci siamo affidati quasi esclusivamente ai test del tampone, nonostante l'alto numero di falsi negativi e non abbiamo considerato un dato certo come quello del numero di polmoniti interstiziali che venivano diagnosticate. I pazienti venivano ricoverati e intubati per problemi respiratori causati da queste polmoniti. Mi sembra curioso che tra i vari dati che ci venivano forniti per avere un'idea sull'andamento dell'epidemia non sia mai stato considerato il numero delle polmoniti diagnosticate con TC. Certo, qualcuno potrebbe dire che la TC da sola non era in grado di correlare la malattia all’agente eziologico. Ma durante un'epidemia come quella che abbiamo vissuto, questo numero esorbitante di polmoniti interstiziali da cosa mai poteva essere causato se non dall’agente responsabile della pandemia? Vedevamo pazienti con gli stessi quadri radiologici nelle diverse fasi evolutive - quadri multifocali, bilaterali, periferici, che iniziano posteriormente - cosa mai poteva essere se non COVID-19?
Ecco perché dico anche nell'ambito della gestione sanitaria il numero da tenere in considerazione non poteva essere solo quello dei tamponi positivi. Perché i tamponi positivi, lo ripeto, rappresentano una persona contagiata, ma non necessariamente una persona malata o malata gravemente. Quello che ha portato al lockdown, quello che ha fatto crollare il sistema sanitario, non era il numero dei contagiati, ma il numero di polmoniti gravi che avevano necessità di un supporto ventilatorio e di un accesso in terapia intensiva.  Se non hai un test semplice, ripetibile, affidabile specifico, a questo punto, dico io, tieni conto del numero di polmoniti diagnosticate con TC. Numero facile da ottenere, perché tutto è informatizzato e i dati di tutti gli ospedali potevano essere tranquillamente centralizzati e analizzati con facilità.

Qualche settimana fa, sul suo profilo Facebook ha scritto: “Il virus sta perdendo, man mano, sempre più forza”. Ci spiega questa sua affermazione? Come vanno le cose oggi a Crema?

L’ho scritto a metà  aprile, era semplicemente quello che vedevo. Mentre tutti osservavano i grafici con cupa preoccupazione, io notavo che nel mio ospedale la situazione andava migliorando. Noi dall'inizio di aprile abbiamo visto un calo del numero di polmoniti. Allo stesso tempo, il numero di polmoniti che venivano alla nostra osservazione erano meno gravi rispetto a quelle del mese di marzo.
Dal punto di vista radiologico, nessuna differenza qualitativa. I quadri radiologici che vediamo ultimamente sono gli stessi che vedevamo nel mese di marzo, sono gli identici quadri delle polmoniti medie, medio-moderate del mese di marzo (per fortuna anche a marzo non c’erano solo polmoniti gravi). Dall’inizio di aprile il numero di polmoniti gravi è diminuito moltissimo, insieme al numero totale di polmoniti che osserviamo. Per essere più chiari, parlando dell'interessamento del polmone, da aprile in poi non abbiamo quasi più visto polmoniti che interessavano più del 50% del polmone, cosa che invece nel mese di marzo era molto frequente. Inoltre, io sono passato ad osservare da 70-80 polmoniti al giorno a meno di 10.
A metà aprile mi sono accorto che qualcosa stava cambiando. Nel territorio più colpito d’Italia il virus non sferzava più come ad inizio marzo. Ho contattato colleghi di altri ospedali, tutti confermavano quello che avevo notato. Quindi ho usato Facebook per dare una buona notizia a chi mi segue. Mentre i giornali usavano toni da catastrofe, io ho provato a dare un po’ di fiducia, dicendo semplicemente quello che mi succedeva andando al lavoro in quei giorni.
Cosa sia successo io non lo so - un effetto delle misure di contenimento, una mutazione del virus, una conseguenza di temperature più miti - lascio la parola a chi lo saprà stabilire con certezza. Ma a metà aprile qualcosa è successo, i casi che arrivavano alla nostra osservazione erano molto meno numerosi e meno gravi. Da allora, qui a Crema di casi gravi non se ne sono più visti. Anche in altri ospedali è successa la stessa cosa. Il reparto di terapia intensiva si è svuotato, gli accessi al Pronto Soccorso sono notevolmente diminuiti.

Tra i vari fattori che possono aver portato alla diminuzione degli accessi in Pronto Soccorso per COVID-19 può esserci stata una migliore gestione dei pazienti sul territorio?

L'apporto dei medici sul territorio è stato sicuramente importante per tutto il periodo dell'emergenza. Dalla fine di febbraio alla metà di aprile la gestione territoriale dei casi sospetti/confermati di coronavirus probabilmente è cambiata. Come è successo in ospedale, anche fuori dagli ospedali i medici hanno iniziato a affrontare con più consapevolezza i pazienti che si presentavano con sintomatologia franca o sospetta. Tuttavia, che io sappia, non ci sono stati, tra fine marzo e metà aprile, quando ho notato la brusca frenata del virus,  cambiamenti così importanti nella gestione del paziente sul territorio. Una terapia efficace non l’abbiamo mai avuta per questo virus. A mio parere quello che è successo è stato determinato da più fattori, tra i quali, il più importante, è dato dalle misure di contenimento.

Durante questa pandemia si è notata, soprattutto in Lombardia, una mancanza di coordinamento regionale dei medici territoriali e una mancanza di coordinamento locale tra ospedale e territorio. Come sono andate le cose a Crema da questo punto di vista?

Per quel che ne so io, e posso sbagliarmi, un coordinamento vero e proprio tra ospedale e territorio non c’è mai stato durante l’emergenza. Non sono certo che un coordinamento tra ospedale e territorio potesse in qualche modo modificare la situazione. All'inizio di marzo ci siamo trovati di fronte un'ondata di pazienti difficile da gestire, affetti da una malattia nuova di cui conosciamo poco, in un contesto nel quale l'unico test disponibile era il test del tampone che non solo dava molti falsi negativi, ma anche era difficile da far fare ai pazienti, senza una terapia e senza un vaccino. In quella situazione complicata e difficile, nella quale le informazioni erano poche e spesso incerte, non penso che un coordinamento avrebbe potuto cambiare o modificare il corso degli eventi. Credo che si sia fatto il possibile. Il contesto nel quale ci siamo trovati ad operare all'inizio di marzo era veramente qualcosa di indescrivibile. Noi ci siamo messi a lavorare sodo, ognuno con le proprie competenze.

Lei è promotore dell’iniziativa benefica “Dai Burdèl che ghe la fèm”. Di che si tratta?

Io sono di Cesena. Abito il lavoro a Crema ormai da 34 anni e mi sento chiaramente molto legato a questa città. La frase che ho scritto rispecchia questo mia appartenenza alle due città, le mie origini romagnole mischiate alla mia vita Cremasca. “Dai burdèl” in romagnolo significa “Dai ragazzi, dai gente”. “Che ghe la fèm” invece è dialetto Cremasco e significa “che ce la facciamo”. Per cui la traduzione della frase è “Dai ragazzi, che ce la facciamo”.
Una frase che mi è venuto spontaneo scrivere in un momento in cui, per ovvie ragioni, l'aria era molto molto pesante e la gente era molto preoccupata. Ho lanciato questa frase in un post su Facebook. Poi, un giorno, una mia amica mi ha detto: «Ti faccio una sorpresa» e si è presentata in ospedale con delle magliette che aveva fatto stampare. Quando ho visto le magliette ho pensato che potesse essere una buona venderle e usare i soldi raccolti per la Fondazione Benefattori Cremaschi ONLUS, che gestisce una struttura assistenziale a Crema. In quel momento aveva problemi nel reperire i dispositivi di protezione individuale per il personale. Io non pensavo di riuscire a vendere più di qualche decina di magliette, ne abbiamo vendute quasi 2.000. Le abbiamo vendute in tutto il cremasco e anche nei territori limitrofi, grazie alla diffusione delle informazioni e dell iniziativa su Facebook e Instagram. Per una piccola città come Crema, è un risultato importante.
In un momento difficile, difficile per tutti, è piaciuta l'idea di un uno slogan positivo che desse fiducia e speranza. Io sono un radiologo, non sono un esperto di comunicazione, ma devo dire che i toni usati dai giornali, dalla televisione, da tutti i media sono sempre stati molto cupi e catastrofistici. Credo che, per quanto la crisi sanitaria in certi momenti fosse davvero grave, forse qualche nota positiva e di incoraggiamento avrebbe contribuito a diffondere meno paura e sfiducia.

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