Ridurre la sperimentazione animale grazie alle tre R

Ridurre al minimo il numero di composti anti-infettivi da testare in un modello animale, selezionandoli in primo luogo sulle amebe infette per mantenere solo quelle più efficaci. È questo l'obiettivo della ricerca pubblicata nel 2018 sulla rivista Scientific Report e premiata quest’anno con il Premio 3R dell'Università di Ginevra (UNIGE).

Una ricerca dimostra la possibilità di usare le amebe per ridurre la sperimentazione sugli animali

Ridurre al minimo il numero di composti anti-infettivi da testare in un modello animale, selezionandoli in primo luogo sulle amebe infette per mantenere solo quelle più efficaci. È questo l'obiettivo della ricerca pubblicata nel 2018 sulla rivista Scientific Report e premiata quest’anno con il Premio 3R dell'Università di Ginevra (UNIGE).

Dal 2016 l’UNIGE assegna il Premio 3R ad un ricercatore che si sia impegnato a seguire il Principio delle 3R. Il Principio delle 3R fa riferimento a tre fondamentali concetti: rimpiazzare (replacement), ridurre (reduction) e rifinire (refinement). Quindi il ricercatore dovrebbe inizialmente cercare, con il maggiore sforzo possibile, di rimpiazzare, o sostituire, il proprio modello animale con un modello alternativo. Il secondo passo è quello di cercare di ridurre il più possibile il numero di individui utilizzati in un certo protocollo sperimentale. Infine, con l’ultima R si intende l’operazione di rifinire, o migliorare, le condizioni sperimentali alle quali sono sottoposti gli animali. Il Principio delle 3R fu proposto nel 1959 da due accademici britannici, Rex Burch e William Russell, membri della Universities Federation of Animal Welfare (UFAW).

Il Premio 3R quest’anno è stato assegnato al gruppo di Thierry Soldati, Professore di Biochimica dell’UNIGE. Il team di ricerca ha sviluppato una tecnica per testare i farmaci antimicrobici sulle amebe al fine di escludere quelli meno efficaci. Questa tecnica permette di ridurre notevolmente il numero di test che dovranno poi essere condotti sugli animali.
A causa dell’aumento delle resistenze, l’industria farmaceutica lavora assiduamente per sviluppare nuovi antibiotici. Per selezionare gli antibiotici potenzialmente efficaci, l'industria farmaceutica li verifica prima direttamente sui batteri. La stragrande maggioranza di questi composti fallisce quando poi la ricerca continua su cellule o animali infetti, perché i batteri non si comportano allo stesso modo. La sfida è quindi quella di eliminare il più rapidamente possibile dalla ricerca quei composti che non curano le infezioni negli animali.
A tal fine il gruppo di Thierry Soldati ha messo a punto un sistema di selezione dei composti che funge da filtro e predice in modo affidabile quali composti saranno i migliori antimicrobici. "Abbiamo usato un campione di 180 composti forniti da GlaxoSmithKline, tutti efficaci contro i batteri che causano la tubercolosi", dice Thierry Soldati. Ma invece di usarli sui batteri, il team di ricerca ha usato le amebe, esseri unicellulari che si comportano in modo paragonabile ai nostri macrofagi. Questi ultimi utilizzano gli stessi "strumenti" delle amebe per identificare e uccidere un batterio, ed entrambi possono essere infettati da batteri della tubercolosi.

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Fotografia al microscopio elettronico di un'ameba infetta da micobatteri (di colore blu per una facile visualizzazione). ©UNIGE

"Siamo stati in grado di dimostrare che solo il 5% dei composti chimici efficaci contro i batteri hanno continuato a dare risultati sull'ameba infetta e rimangono eleggibili per la fase successiva, il test sugli animali infetti. Grazie a questa selezione molto più accurata di nuovi composti, il team di Thierry Soldati è in grado di ridurre di un fattore da 10 a 100 il numero di individui necessari durante il passaggio alla sperimentazione animale. Senza questa ricerca, centinaia di composti sarebbero stati testati su topi che avrebbero avuto poche possibilità di essere efficaci.


Fonte: Université de Genève. Des amibes pour remplacer les souris de laboratoire. 13 novembre 2019

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