Tampone positivo dopo la guarigione

Su JAMA Internal Medicine, un team di ricercatori descrive i risultati del ritesting di 176 pazienti guariti da COVID-19. 32 pazienti (18,2%) hanno avuto un risultato positivo al test RT-PCR per SARS-CoV-2.

Esiti del test molecolare tra i pazienti guariti dalla COVID-19

Su JAMA Internal Medicine, un team di ricercatori descrive i risultati del ritesting di 176 pazienti guariti da COVID-19. Ad una media di 48,6 giorni dalla data della diagnosi, 32 pazienti (18,2%) hanno avuto un risultato positivo al test RT-PCR per SARS-CoV-2. Solo 1 di questi 32 pazienti (3,1%) ha mostrato evidenza di RNA in replicazione. Anche se questo studio non può risolvere la sfida di interpretare i risultati positivi dei test RT-PCR nei pazienti guariti, i dati ci aiutano a comprendere meglio la portata del problema.

È frequente che i pazienti guariti da COVID-19 si trovino a ripetere, settimane o mesi dalla malattia, i test per il SARS-CoV-2. Questo può avvenire sia come parte di uno screening di routine (ad esempio, lo screening del personale sanitario o che svolge altro lavoro a rischio) sia in seguito allo sviluppo di sintomi che possono far pensare ad una reinfezione. Sfortunatamente, l'interpretazione dei risultati positivi dei test nei pazienti che si sono precedentemente ripresi dalla COVID-19 è molto difficile. Il miglior test ampiamente disponibile, il test molecolare RT-PCR, è molto sensibile ai frammenti di RNA virale e può essere positivo anche in presenza di residui non vitali del virus. Attualmente non esiste un test ampiamente disponibile per determinare se il virus può riprodursi e contagiare.

I ricercatori hanno studiato 176 pazienti guariti da COVID-19 che hanno partecipato al programma di follow-up tra il 21 aprile e il 18 giugno 2020 presso il Policlinico Universitario Gemelli di Roma. La guarigione era confermata dai dati clinici (assenza di febbre per 3 giorni consecutivi e miglioramento di altri sintomi) e 2 risultati negativi a distanza di 24 ore l'uno dall'altro del test molecolare RT-PCR.
32 (18,2%) dei 176 campioni prelevati tramite tampone rino-orofaringeo (nasal/oropharyngeal swab, NOS) sono risultati positivi. Uno dei 32 campioni (3,1%) presentava RNA replicante di SARS-CoV-2. Sono stati testati anche i campioni dei 32 pazienti al momento della diagnosi di COVID-19 e, prevedibilmente, avevano un RNA replicante di SARS-CoV-2.
Al momento del follow-up, tutti i 32 pazienti tranne 1 mostravano positività al test sierologico per SARS-CoV-2 (il paziente che è risultato sierologicamente negativo non è quello con un risultato positivo al test per la SARS-CoV-2 RNA replicante), così come 139 dei restanti 144 pazienti. Il tempo medio dalla diagnosi di COVID-19 al follow-up è stato di 48,6 giorni in 32 pazienti e 57,7 giorni in 144 pazienti.
Il 18% dei pazienti COVID-19 è risultato positivo al test molecolare dopo il recupero clinico e i precedenti risultati negativi. Solo 1 dei 32 pazienti che si sono rivelati positivi aveva il virus in replicazione nel campione NOS, suggerendo un'infezione ricorrente o una reinfezione, cosa impossibile da distinguere perché non sono state eseguite analisi filogenetiche e di sequenziamento dell'intero genoma.

Il paziente è risultato positivo 16 giorni dopo la guarigione (39 giorni dalla diagnosi di COVID-19) ed era sintomatico. Il paziente era un adulto anziano con ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari, che non riferiva recenti contatti ravvicinati con casi sospetti o confermati di COVID-19. Nei 31 pazienti rimanenti (asintomatici), la positività al test rappresentava probabilmente un'infezione ricorrente o in fase di risoluzione, ma in entrambi i casi secondo i ricercatori è improbabile che fossero infettivi.
Questo studio evidenzia che molti pazienti che si sono ripresi dalla COVID-19 possono risultare ancora positivi al test molecolare, ma solo una minoranza dei pazienti presenta una replicazione virale in atto nel tratto respiratorio. Sono necessari ulteriori studi per verificare se tali pazienti possono trasmettere il virus.

“Abbiamo valutato se i pazienti che ridiventano positivi al SARS-COV-2 dopo essere stati dichiarati negativi (con doppio tampone negativo) abbiano il virus in replicazione e siano quindi potenzialmente infettanti” scrive la Dottoressa Flora Marzia Liotti. “Abbiamo scoperto che, a fronte di una percentuale piuttosto elevata di pazienti che ridiventano positivi al virus, solo una piccolissima percentuale degli stessi pazienti ha un virus in attiva replicazione e questo dimostra che solo in pochi casi la positività al test molecolare sia realmente effetto di un virus potenzialmente contagioso”.
“Per evitare inutili quarantene ai pazienti che si sono ripresi dalla COVID-19, non si dovrebbero effettuare test PCR ripetuti di routine nei 90 giorni successivi all'infezione. Tuttavia, più complicato è cosa fare per i pazienti che sono sintomatici e hanno risultati positivi ai test PCR. La riinfezione da SARS-CoV-2 è stata documentata, ma è rara. Fino a quando i laboratori clinici non avranno la capacità di testare la capacità riproduttiva del coronavirus, l'interpretazione del significato epidemiologico dei risultati positivi della PCR tra i pazienti guariti resterà difficile” scrive Mitchell H. Katz nel suo editoriale.

 


Fonti: Liotti FM, Menchinelli G, Marchetti S, et al. Assessment of SARS-CoV-2 RNA Test Results Among Patients Who Recovered From COVID-19 With Prior Negative Results. JAMA Intern Med. Published online November 12, 2020. doi:10.1001/jamainternmed.2020.7570
Katz MH. Challenges in Testing for SARS-CoV-2 Among Patients Who Recovered From COVID-19. JAMA Intern Med. Published online November 12, 2020. doi:10.1001/jamainternmed.2020.7575
Liotti FM. Profilo personale Facebook. 12/11/2020

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